Schegge di erpetologia
Sebbene questo articolo non abbia la pretesa di sostituirsi ad un esauriente libro di anatomia o biologia, in esso si cercherà di chiarire e semplificare alcuni interrogativi che, spontaneamente, potrebbero nascere durante l’allevamento di questi affascinanti animali.
Per una più rapida e interessante consultazione si è ritenuto opportuno organizzare il discorso in domande e risposte cercando, quando possibile, di fornire qualche utile consiglio di terraristica.
PERCHE’ I RETTILI AL TATTO SEMBRANO FREDDI ?
Effettivamente i rettili, come anche gli anfibi, sono organismi che non possiedono una temperatura corporea costante, ma strettamente dipendente da quella ambientale. Rettili ed anfibi sono organismi ectotermi, non in grado cioè di generare calore corporeo, come invece Uccelli e Mammiferi (endotermi): per questo motivo sono definiti "a sangue freddo. Le temperature ottimali quindi possono essere raggiunte solo se esistono sufficienti fonti di calore esterno, come una soddisfacente quantità di energia solare che può essere assorbita direttamente, per esposizione al soie (eliotattismo) o indirettamente, per contatto con il suolo (tigmotattismo). Ecco perché è facile scorgere lucertole immobili crogiolarsi al caldo sole estivo! Tale situazione vincola queste due classi di Vertebrati a vivere in ambienti che non raggiungano temperature estreme: è impossibile, infatti, trovare rettili nelle regioni polari caratterizzate dall’avere temperature costantemente al dì sotto dello zero!
Nei climi in cui le temperature esterne ottimali sono raggiunte in periodi limitati dell’anno (es. climi temperati o deserti), l’attività è limitata a questi periodi, e spesso solo ad alcune ore del giorno. Dì solito gli anfibi tollerano meglio dei rettili i! freddo poiché l’acqua, a cui sono legati, è un buon isolante termico ed anche perché il congelamento è impedito dalla presenza di glicerolo nel loro sangue; inoltre è stato osservato come diversi enzimi hanno buone rese di catalisi a temperature abbastanza basse (diversi Pletodontidi nordamericani sono attivi attorno a 2-3°C). Tutte !e funzioni vitali (digestione, riproduzione, attività endocrine ed immunitarie, ecc.), quindi, per avvenire necessitano di una temperatura idonea: generalmente le temperature preferite dalla maggior parte dei rettili variano tra i 22 e i 35°C. Il metabolismo corporeo richiede spesso valori piuttosto limitati, in quanto alle basse temperature i fluidi corporei divengono più densi e la resa della maggior parte delle reazioni biochimiche catalizzate da enzimi si abbassa; per contro, a temperature molto alte, i fluidi corporei diventano meno densi e strutture complesse come le proteine iniziano a denaturarsi, cioè a perdere le proprie funzioni biologiche. Risulta evidente come la temperatura sia il primo ed il più importante fattore da considerare nell’allevamento in cattività di tali organismi. Di conseguenza è sempre conveniente che i terrari siano costruiti in maniera tale da concedere temperature alternative affinchè gli animali stessi siano in grado di termoregolarsi in base alle loro differenti esigenze: in condizioni di temperatura non idonee, difatti, non è raro vedere rettili ed anfibi rifiutare il cibo o rigurgitarlo in seguito a mancata digestione.
RANE E SERPENTI SONO VISCIDI ?
Le dicerie popolari fomentano uno dei più frequenti errori che abitualmente si commettono, cioè quello di considerare i rettili organismi viscidi: non è raro ascoltare affermazioni del tipo: "Sei viscido come un serpente!".
L’anatomia, invece, ci insegna che, al contrario degli anfibi, il derma dei rettili non possiede ghiandole secernenti e, se presentì, sono limitate a ristrette regioni del corpo: da ricordare a proposito sono le ghiandole che hanno il loro sbocco nei "pori femorali", visibili a livello della parte interna delle cosce di molti sauri. Questi pori, sviluppati soprattutto nei maschi, sono di notevole importanza nel riconoscimento dei sessi e sembra siano in rapporto con la fase riproduttiva.
Il tegumento degli anfibi, invece, risulta essere interamente ricoperto di muco ed è innegabilmente viscido, grazie alla uniforme distribuzione di ghiandole mucose a secrezione continua. Il muco prodotto facilita i processi di respirazione a livello cutaneo agendo anche come agente antidisidratante. Vi sono, inoltre, altre ghiandole presenti a livello cutaneo dì molti anfibi che elaborano secreti urticanti e tossici solo quando l’animale è in pericolo, come ad esempio le ghiandole parotidi, poste sul capo lateralmente agli occhi.
Un caso a parte è quello di alcuni Dendrobatidi, coloratissime rane delle foreste dell’America centromeridionale, dalla cui pelle sono state isolate neurotossine altamente tossiche. Recente è la notizia della possibile utilizzazione farmacologica, in qualità di anestetici, di queste sostanze da parte di alcuni studiosi americani.
COME MAI I RETTILI CAMBIANO LA LORO PELLE ?
La pelle è una complessa struttura che riveste completamente il corpo proteggendolo dal contatto diretto con l’ambiente estemo e impedendo essenzialmente traumi, penetrazione di parassiti e perdita d’acqua. Il fenomeno che consiste nell’eliminazione degli strati più superficiali della pelle è definito "muta" e permette ai rettili di accrescersi; ciò avviene periodicamente, sotto il controllo ormonale. L’epidermide di questi organismi, infatti, risulta essere un epitelio pluristratìficato con vari strati di cellule epiteliali sovrapposte distinguibili dal loro sempre crescente grado di cheratinizzazione procedendo verso l’esterno del corpo. La cheratina è una proteina solforata molto resistente responsabile anche della formazione delle squame, cioè di quelli ispessimenti cutanei impermeabili che hanno concesso ai rettili di conquistare ambienti preclusi agli anfibi (zone desertiche e ambiente marino).
All’atto della muta,lo strato più superficiale e maggiormente cheratinizzato dell’epidermide, viene eliminato, in brandelli nelle lucertole e intero nei serpenti (dove è chiamato esuvia). Successivamente le cellule perdute sono riformate a partire dalle cellule più interne o basali le quali, dividendosi, ne formano delle nuove che, a loro volta, giungeranno in superficie. Nelle tartarughe e nei coccodrilli (come anche nell’uomo) l’epidermide è rinnovata di continuo per cui un fenomeno ciclico non è osservabile.
Spesso la vecchia pelle viene anche mangiata per recuperare i preziosi aminoacidi che sono in essa contenuti (dermatofagia).
COME PUÒ’ UN CAMALEONTE CAMBIARE COLORE ?
La capacità di cambiare il colore del proprio tegumento non è una caratteristica esclusiva dei camaleonti, ma anche di altri organismi (Agamidi. Iguanidi ed anche alcuni anfibi e pesci). Connesso a questo fenomeno è il mimetismo che può essere considerato uno dei meccanismi che permette agli animali di sfuggire al predatore o di predare più facilmente. Il cambiamento di colore può, inoltre, essere messo in relazione alla luminosità dell’ambiente, al calore e a! grado dì umidità del substrato, nonché all’umore dell’animale: non è raro. infatti, notare un incupimento dei colori in rettili allevati in condizione di stress. In terrario non dobbiamo dimenticare come le fonti di disagio possano essere causate oltre che da inadeguate condizioni ambientali, anche dal sovraffollamento.
Le variazioni di colore avvengono grazie alla presenza di "cromatofori", cellule epidermiche pigmentale dotate di prolungamenti citoplasmatici nei quali i granuli dì pigmento non sono fìssi, ma in grado di concentrarsi o espandersi andando rispettivamente a schiarire o oscurare il tegumento. La migrazione di questi pigmenti all’interno dei cromatofori risulta essere controllato o dal sistema nervoso, o direttamente per "via ormonale" mediante li rilascio in circolo di ormoni particolari come. ad esempio, l’intermedina. Nei camaleonti sì è visto che, asportando il midollo spinale l’animale non è più in grado di cambiare colore, se, per controprova, si asportano le ghiandole endocrine, esso continua a cambiare colorazione.
IN CHE MODO LE RANE RIESCONO A COMPIERE BALZI NOTEVOLI
Non si è ancora chiarito se l’allungamento dell’arto posteriore negli anuri si sia evoluto in relazione all’aumento delle capacità natatorie, altrimenti impedite dall’assenza di coda, o di quelle di locomozione terrestre: probabilmente sia l’ambiente acquatico che quello terrestre hanno selezionato il carattere. L’arto posteriore degli anuri, in ogni modo, possiede un’articolazione mobile in più rispetto all’archetipo dei tetrapodi (e quindi anche dell’uomo): un tale espediente consente in flessione un maggior accumulo di energia elastica, oltre che la possibilità di aggiungere una leva in più per il sollevamento del corpo, in estensione. D’altra parte, nel corso dell’evoluzione, si è assistito ad un aumento di efficienza di tutti quei meccanismi che favoriscono il salto: la cintura pettorale, difatti, con gli elementi ossei disposti in senso dorso-laterale, da origine ad un meccanismo che assomiglia alla balestra dell’automobile, e quindi forma un ammortizzatore per la parte anteriore del corpo in
fase di atterraggio; la colonna vertebrale molto corta (che permette una rapida trasmissione del moto alla parte anteriore del corpo) ed alcune caratteristiche anatomiche hanno trasformato l’intero corpo degli anuri in una perfetta macchina per il salto. L’insieme di questi adattamenti è massimo nei Ranidi, che si rivelano i migliori saltatori dell’ordine.
PER QUALI MOTIVI I SERPENTI TIRANO FUORI CONTINUAMENTE LA LINGUA?
I serpenti, facendo vibrare la lingua, sondano l’ambiente circostante raccogliendo le particelle
odorose contenute nell’aria. Successivamente, si pensava inserissero l’estremità bifida
linguale nell’orifìzio di un organo cavo che si apre sulla volta del palato, detto Organo
di Jacobson. Tale affermazione si basava solo sulla forma apparentemente complementare.
In uno studio radiologico, in cui le varie strutture buccali di serpenti vivi sono state trattate con vernici opache ai raggi x, non si è mai vista la lingua penetrare nell’organo di Jacobson. Come mai allora tagliando la lingua ad un serpente se ne riducono le capacità olfattive? Perché ai lati della lingua, sul pavimento della cavità buccale, vi sono due organi detti paralinguali, di forma cilindrica: lo studio radiologico ha rivelato che, a bocca chiusa, dopo che la lingua viene completamente retratta, i due organi paralinguali si sollevano inserendosi nell’organo in questione. Quindi il meccanismo di trasferimento lingua-organo di Jacobson delle informazioni olfattive è corretto, ma non diretto: la lingua, infatti, prima è strofinata sugli organi paralinguali che si caricano di molecole odorifere, e poi, questi, trasferiscono l’informazione all’organo suddetto.
Anche negli anfibi troviamo l’Organo di Jacobson che però, comunicando con la narice interna del sacco olfattorio, ha la funzione di analizzare l’odore del cibo contenuto nella cavità orale.
PERCHE’ GLI ANFIBI FANNO OSCILLARE RITMICAMENTE IL PALATO?
Queste rapide oscillazioni che gli anfibi compiono a bocca chiusa sono caratteristiche di una fase del processo di respirazione, detta "Pausa". Durante questa fase, le narici, che sono munite di dispositivi a tenuta stagna (chiamati sfinteri), sono aperte ed il pavimento della cavità orofaringea oscilla ritmicamente determinando un continuo richiamo ed espulsione d’aria: ciò consente, quindi, di rinnovare il contenuto di ossigeno presente a livello faringeo. Un siffatto meccanismo consente un ulteriore tipo di respirazione a livello della mucosa orofaringea. Esistono anche alcune salamandre, come quelle appartenenti alla famiglia Plethodontidae, in cui i polmoni sono assenti e gli scambi gassosi avvengono solo a livello cutaneo e della mucosa oro-faringea.
COME FANNO I SERPENTI AD INIETTARE IL VELENO?
I serpenti possiedono denti conici ricurvi, ma solo le specie velenose sviluppano
una o due coppie di denti più lunghi degli altri, detti zanne, collegate a delle vere e
proprie ghiandole velenifere. Questeghiandole, situate nellamascella superiore,contengono veleno, un liquido vischioso con una composizione chimica estremamente complessa e variabile nelle diverse specie; la componente enzimatica è predominante: i diversi enzimi
(colin-esterasi, fosfolipasi, ialuronidasi, ecc), anche se con effetti diversi agiscono in combinazione immediatamente dopo il morso.
Si ritiene che i serpenti velenosi più evoluti siano quelli che possiedono le zanne poste nella porzione anteriore della bocca. Questi si riuniscono in due grossi gruppi: i proteroglifì, caratterizzati dall’avere denti veleniferi fìssi e scanalati longitudinalmente; i solenoglifi, fomiti di zanne mobili aventi un’apertura all’estremità terminale, tale da consentire l’inoculazione del veleno a mo’ di siringa da iniezione. Ogni zanna, infatti, è disposta singolarmente su di un piccolo osso mascellare in grado di ruotare e scattare in avanti in caso di aggressione. Al primo gruppo appartiene la famiglia Elapidae (comprendente cobra, mamba e serpenti corallo), al secondo, la famiglia Viperìdae (comprendenti vipere e crotali).
Singolare, inoltre, è la capacità che hanno alcuni cobra, come Naja mossambica, di proiettare a notevole distanza il veleno da loro prodotto attraverso sinergiche contrazioni dei muscoli buccali.
Data la gran quantità di interrogativi, nonché la notevole diversità degli organismi da considerare, sono certo di non poter essere stato esauriente su tutti i quesiti che il mondo dei rettili e degli anfibi continuamente propone, considerando anche come nuove scoperte si susseguono quotidianamente, e vecchie certezze sono sostituite da dati sperimentali più recenti. Il mio intento, comunque, è stato quello di suscitare maggiore interesse nei confronti di questi animali spesso ingiustamente trascurati; e chissà che questo simpatico gioco di domande e risposte non possa, in futuro, continuare…
BIBLIOGRAFIA
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DUELLMAN W.E. and TRUEB L. (1986) - Biology of Amphibians, New York, McGraw-HÌII: 670 PP-MINELLI G. (1989) - Morfologia dinamica dei Vertebrati, Bologna, Patron Editore: 429 pp.
YOUNG B.A. (1990) - Is there a direct link between thè ophidian tongue and Jacobson’s organ? Amph-Rept. (11): 263-276.
